Proponiamo
l'intervista che abbiamo realizzato con Franco Nerozzi, in rappresentanza
della Comunità Solidarista Popoli.
"Popoli"
è una associazione di aiuto umanitario che si propone di mettere
in atto tutte le azioni necessarie per portare aiuto concreto a popolazioni
o etnie che, in lotta per la salvaguardia delle loro radici, si trovino
in situazioni di particolare disagio.
Leggiamo cosa ci ha detto:
Quando
e come nasce la comunità?
La Comunità Solidarista Popoli nasce nel febbraio del 2001,
su iniziativa di una decina di vecchi amici.
Da quali esperienze precedenti provengono i suoi componenti?
Alcuni di noi in passato hanno fatto politica, più o meno “ufficiale”
in ambienti di destra, o se preferite “neofascisti”. Qualcuno
aveva aderito al MSI, qualcun altro ne era stato anche espulso. Altri
non erano mai entrati in una sede del partito ma magari erano sempre
in piazza in occasione di manifestazioni e volantinaggi. Insomma,
esperienze diverse, ma tutte vissute nello stesso contesto. Va sottolineato
però che in “Popoli” vi sono anche persone che
provengono da esperienze assolutamente lontane e distinte da quelle
appena descritte. Insomma c’è anche gente che di politica
non si è mai molto interessata.
Quali sono le motivazioni che vi hanno
spinto a creare una associazione di aiuto umanitario?
Posso parlare per il gruppo che ha fondato la Comunità: abbiamo
sentito l’impellente bisogno di agire, di trasformare in fatti
le tante e nobili idee di cui ci eravamo nutriti per molti anni. E
guardandoci intorno ci siamo resi conto che una strada da prendere
poteva essere quella dell’aiuto umanitario “selezionato”.
Come selezionate i vostri “obiettivi”?
In particolare, cosa ha attirato la vostra attenzione sul popolo Karen?
Io ho conosciuto i Karen nel 1994, mentre mi trovavo nella giungla
birmana per realizzare un reportage giornalistico sulla loro lunghissima
e ignorata lotta di liberazione. In quel momento i Karen stavano respingendo,
pagando un alto tributo di sangue, una decisa offensiva dei birmani
contro la loro roccaforte (che sarebbe poi caduta di lì a pochi
mesi). Venni colpito dalla straordinaria indole di questa gente, dal
suo coraggio, dalla tenacia con cui resisteva ad uno dei più
forti eserciti del Sud Est Asiatico. Sempre cordiali, sempre fieri.
E soprattutto sempre intransigenti nel rispetto di principi fondamentali.
L’identità innanzitutto, la Terra, gli antenati, la Libertà.
E il rifiuto di scendere a patti con chi cercava di comprarli attraverso
fiumi di denaro prodotti dai traffici di droga. Credo che questo risponda
anche alla prima parte della domanda: selezioniamo i nostri interventi
sulla base di convinzioni etiche e politiche che ci fanno riconoscere
come “amiche” alcune comunità umane che apparentemente,
e solo ad una analisi superficiale, sembrerebbero così lontane
da noi.
Quali sono le maggiori difficoltà
che incontrate durante le vostre missioni?
Va subito chiarito che le nostre missioni sono clandestine, avvengono
cioè senza alcuna autorizzazione da parte delle autorità
birmane. Questo è ovvio, dal momento che il regime birmano
vuole annientare il popolo Karen e distruggere le sue forze di resistenza.
Noi riconosciamo come unica autorità nelle aree di guerra in
cui operiamo quella dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen
(KNLA) e del suo braccio politico (KNU). Questo fa si che le missioni
di “Popoli” siano condotte sempre un po’ sul filo
del rasoio: ad esempio, gli spostamenti tra un villaggio e l’altro,
necessari affinché i nostri medici possano visitare la popolazione
locale, sono ad alto rischio di imboscata. In qualche occasione ci
siamo dovuti spostare molto velocemente da questi villaggi a causa
di attacchi dell’esercito birmano.
Avete rapporti con altre organizzazioni?
E rapporti istituzionali, in Italia o all'estero?
Data la non appartenenza di “Popoli” alla famiglia delle
organizzazioni “buone” (quelle cioè in cui si fa
pubblica testimonianza di fede antifascista, pacifista, liberaldemocratica
o marxista), le nostre relazioni con altre associazioni e con le istituzioni
sono un po’ freddine. Ci sono chiaramente delle eccezioni, nate
da rapporti costruiti sul campo, dove quel che conta è la serietà
del lavoro svolto, la franchezza e la correttezza personale, la condivisione
del progetto, e non le stantie appartenenze a questo o a quello schieramento
politico.
Cosa può fare concretamente chi intende sostenere le
vostre iniziative?
Sarò schietto, e per questo brutale. Chi vuole veramente aiutarci
deve mettere in atto tutte quelle iniziative utili alla raccolta di
fondi necessari al proseguimento della nostra attività. “Popoli”
non è una associazione culturale, o un centro studi che può
permettersi di attendere l’arrivo di fondi prima di organizzare
una conferenza o un dibattito. La Comunità ha dato inizio ad
un impegno che non può essere interrotto, perché della
gente che lotta per sopravvivere (12.500 persone per la precisione)
ottiene fondamentali cure sanitarie soltanto grazie al nostro intervento.
Questo significa dover raccogliere ogni anno circa 40.000 euro per
garantire il proseguimento dei progetti. Cene di beneficenza, concerti
con incasso devoluto a “Popoli”, serate di presentazione
della Comunità con raccolta fondi, sono iniziative di estrema
utilità. Con la garanzia che tutto il denaro raccolto finisce
direttamente nei progetti, dal momento che tutti i membri di “Popoli”
sono volontari al cento per cento, e cioè nessuno di questi
percepisce uno stipendio.
Quali sono le prospettive future di
Popoli?
Questa risposta è legata alla precedente, nel senso che le
prospettive future dipendono dai fondi a disposizione. Sarebbe nostra
intenzione aprire un nuovo progetto nel Libano così duramente
colpito dall’aggressione sionista e portare finalmente a compimento
la ristrutturazione della clinica “Ahmad Shah Massoud”
nella Valle del Panjshir, in Afghanistan.
“100% identità”;
nel mondo c'è ancora chi lotta per le proprie radici. C'è
speranza anche per il nostro “occidente” di tornare ad
una visione più tradizionale della società?
Sarei tentato di non rispondere a simile complessa domanda. Confesso
di essere molto pessimista riguardo ad un possibile recupero di punti
di riferimento tradizionali in una società così profondamente
colpita dal cancro e dalle sue metastasi. Ciò non toglie che
proprio grazie all’esempio fornito da quei popoli che ancora
si battono per il mantenimento delle proprie radici potrebbero diffondersi
stimoli in tal senso. Credo che persino i “guru” della
società globalizzata, nel loro intimo si stiano rendendo conto
di quanti e quali squilibri certe teorie abbiano causato una volta
applicate. Ma dovremmo innanzitutto chiederci: quali sono le nostre
radici? E anche qui si aprirebbe un dibattito complesso che coinvolgerebbe
anche gli appartenenti ad un’area che in linea di principio
è pronta a battersi per un generico ritorno alla tradizione.
Salvo poi dividersi sullo specifico. Personalmente, ad esempio, ho
serie perplessità (per usare un eufemismo) sulle cosiddette
radici “giudaico-cristiane” dell’Europa…